Recensione : Opinioni di un clown, Heinrich Boll.
Tra una guerra e l'altra, tra povertà incombente e origini benestanti, tra amore e solitudine: questi i tracciati su cui si muove il protagonista del romanzo di Heinrich Boll, Opinioni di un clown.
Cosa vuol dire essere un clown negli anni del dopoguerra? E' proprio il protagonista a dircelo: "Sono un clown. Definizione ufficiale: attore comico, non pago tasse per nessuna Chiesa, ho ventisette anni e uno dei miei numeri si chiama 'arrivo e partenza': una (quasi troppo) lunga pantomima in cui lo spettatore fino alla fine confonde arrivo e partenza".
Ed è nella pantomima dell'arrivo e della partenza in cui va ricercata la trama del romanzo, in un lento declinare, sempre più incalzante, del clown che non sarà più clown per nessuno.
Il movimento del racconto è brillante, scattante, polemico in molti punti, nei confronti di una società che ritorna all'origine per recuperare un'integrità illusoria, dimenticando chi non si assoggetta per indole alle norme della buona apparenza. Un rivoluzionario? No, solo un pensatore, un pensatore solitario le cui riflessioni si susseguono taglienti e veloci, sarcastiche e struggenti. La storia personale di un clown ormai zoppo raccontata dai suoi occhi, che riconoscono meglio le illusioni, perché con le pantomime ci ha sempre lavorato, lui. Ma anche questo non basterà.
Non basterà riconoscere le illusioni, per non esserne stravolto, non basterà amare per essere amato, non basterà chiedere per essere aiutato: forza e amarezza si uniscono assieme, creando un personaggio di grande magnetismo e di grande carisma. L'epilogo della storia non è commovente, piuttosto è doloroso: non esistono sentimenti scomposti da provare per questo romanzo dal taglio accattivante. E' per chi prova fitte allo stomaco ad occhi asciutti.
